Oggi, 5 maggio,non si può non pensare all'ode scritta da Alessandro Manzoni proprio su questo giorno.

#accadevaoggi La poesia "5 maggio" di Alessandro Manzoni è un componimento che racconta la tragica vicenda del giovane studente mi...

#accadevaoggi

La poesia "5 maggio" di Alessandro Manzoni è un componimento che racconta la tragica vicenda del giovane studente milanese Andrea Rivarola, che venne ucciso il 5 maggio 1821 in seguito alle rivolte contro il governo austriaco che occupava il Lombardo-Veneto.


Il significato della poesia è legato alla condanna dell'ingiustizia e della violenza che hanno caratterizzato il periodo storico in cui è stata scritta, ma anche alla necessità di ricordare le vittime di questi eventi e di onorarne il coraggio e la determinazione. La poesia di Manzoni infatti vuole essere un omaggio al giovane Rivarola, simbolo della lotta per la libertà e l'indipendenza del popolo italiano.


Il senso della poesia è profondo e commovente, ed è basato sulla riflessione sull'effimera natura della vita umana, che è destinata ad essere strappata via in ogni momento dalla morte. La poesia vuole quindi ricordare che anche la vita di un giovane studente può avere un grande significato se dedicata alla lotta per la giustizia e la libertà, e che anche il sacrificio estremo può avere un senso se è compiuto per una causa giusta.


In sintesi, la poesia "5 maggio" di Alessandro Manzoni rappresenta un'importante testimonianza della storia italiana, ma al tempo stesso è anche un inno alla vita e al coraggio, che invita a non arrendersi di fronte all'ingiustizia e alla violenza, ma lottare sempre per la libertà e la dignità umana.


Luigi Palamara



Ei fu. Siccome immobile,

Dato il mortal sospiro,

Stette la spoglia immemore

Orba di tanto spiro,

Così percossa, attonita

La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima

Ora dell’uom fatale;

Nè sa quando una simile

Orma di piè mortale10

La sua cruenta polvere

A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio

Vide il mio genio e tacque;

Quando, con vece assidua,

Cadde, risorse e giacque,

Di mille voci al sonito

Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio

E di codardo oltraggio,

Sorge or commosso al subito

Sparir di tanto raggio:

E scioglie all’urna un cantico

Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,

Dal Manzanarre al Reno,

Di quel securo il fulmine

Tenea dietro al baleno;

Scoppiò da Scilla al Tanai,

Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida

Gioia d’un gran disegno,

L’ansia d’un cor che indocile

Serve, pensando al regno;

E il giunge, e tiene un premio

Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria

Maggior dopo il periglio,

La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:

Due volte nella polvere,

Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,

L’un contro l’altro armato,

Sommessi a lui si volsero,

Come aspettando il fato;

Ei fe’ silenzio, ed arbitro

S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio

Chiuse in sì breve sponda,

Segno d’immensa invidia

E di pietà profonda,

D’inestinguibil odio

E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago

L’onda s’avvolve e pesa,

L’onda su cui del misero,

Alta pur dianzi e tesa,

Scorrea la vista a scernere

Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo

Delle memorie scese!

Oh quante volte ai posteri

Narrar se stesso imprese,

E sull’eterne pagine

Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito

Morir d’un giorno inerte,

Chinati i rai fulminei,

Le braccia al sen conserte,

Stette, e dei dì che furono

L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili

Tende, e i percossi valli,

E il lampo de’ manipoli,

E l’onda dei cavalli,

E il concitato imperio,

E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio

Cadde lo spirto anelo,

E disperò: ma valida

Venne una man dal cielo,

E in più spirabil aere

Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi

Sentier della speranza,

Ai campi eterni, al premio

Che i desidéri avanza,

Dov’è silenzio e tenebre

La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica

Fede ai trionfi avvezza!

Scrivi ancor questo, allegrati;

Chè più superba altezza

Al disonor del Golgota

Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

Sperdi ogni ria parola:

Il Dio che atterra e suscita,

Che affanna e che consola,

Sulla deserta coltrice

Accanto a lui posò.


Alessandro Manzoni



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